La testimonianza di due sardi a Mbeya

Vi saluto dalla città di Mbeya, in Tanzania, e vi ringrazio per la vostra attenzione in questo mese di ottobre, tradizionalmente dedicato dalla Chiesa alla Missione.

Questo anno è stato un mese ancora più intenso perché è stato celebrato il Sinodo dei Vescovi e sono state indette le giornate di preghiera universale per la Pace nel mondo, drammaticamente minacciata nel tempo attuale.

Come missionaria, partecipo con gioia del cammino ecclesiale della nostra Arcidiocesi di Cagliari. Ho potuto seguire i video, quasi in diretta, dell’evento dell’inizio dell’anno pastorale diocesano presieduto dall’Arcivescovo Mons. Giuseppe Baturi nel Santuario di Bonaria e della Veglia Missionaria diocesana. Allo stesso modo, come missionaria, partecipo del cammino ecclesiale dell’Arcidiocesi di Mbeya, dove è stato inaugurato, in una celebrazione presieduta dall’Arcivescovo Mons Gervas Nyaisonga, l’ anno pastorale giubilare dei 125 anni dalla sua fondazione, grazie all’evangelizzazione dei Padri Missionari d’Africa (detti anche “Padri Bianchi”).

Per quanto riguarda le attività della missione di Mbeya, in questo mese ho viaggiato più volte a Mkwajuni, dove è l’ospedale diocesano e distrettuale di Mwambani, per il progetto “Upendo wa Mama” (“Amore di mamma”), che come ricorderete ha alla base l’amicizia tra dottori italiani e tanzaniani e consiste nel sostegno al reparto della maternità per contrastare la mortalità prenatale e materna.

Ogni viaggio è un po’ un’avventura! La macchina fuoristrada che utilizzo è stata immatricolata circa trenta anni fa e grazie a recenti lavori al radiatore ora mi permette di fare viaggi più lunghi. Però le strade spesso non sono asfaltate e hanno molte buche, per cui in un viaggio verso Mkwajuni (circa 150 km) si è bucata la ruota sia all’andata che al ritorno! I vigili, nei frequenti posti di blocco, si stupiscono di una persona bianca che parla lo swahili e dopo aver chiesto i motivi del viaggio lasciano passare. Sulla strada si trovano delle persone che vendono a buon prezzo dei prodotti locali, come patate, verdura, frutta e carbone. E qualche volta compro qualcosa, perché ho imparato che è buona abitudine quando si viaggia e si viene ospitati da qualcuno portare qualche cibo da condividere.

Nel messaggio per la giornata missionaria mondiale di quest’anno papa Francesco ci invita, come i discepoli di Emmaus, davanti all’iniquità, a non perdere la speranza: “(…) tutti possono contribuire al movimento missionario: con la preghiera e l’azione, con offerte di denaro e di sofferenza, con la propria testimonianza”.

Per questo motivo nella newsletter di questo mese vorrei riportare l’esperienza di due amici e volontari che hanno visitato la missione di Mbeya. Credo infatti che sia importante il coinvolgimento di altre persone e dell’intera comunità: come missionari non siamo mai persone “solitarie”, anche se a volte, nel territorio in cui viviamo, gli unici “bianchi”!

La prima testimonianza è di Giuseppe Pisano, che ho già nominato nelle newsletter precedenti come primo volontario venuto a Mbeya, la seconda è di Fulvia Tiddia, membro della Comunità di S. Rocco di Cagliari.

Vi saluto e vi ringrazio per la vostra amicizia.

Giada Melis

Testimonianza di Giuseppe Pisano

 La mia esperienza di medico volontario è nata per caso; precisamente dalla lettura di una newsletter scritta da Giada Melis, missionaria laica della Diocesi di Cagliari che svolge la sua opera nella diocesi di Mbeya, in Tanzania. Nella lettera (ottobre ’22) era rivolto un invito a medici ed infermieri perché offrissero qualche settimana del loro tempo e della loro esperienza come servizio a persone più svantaggiate. Non so bene perché, ma mi sono sentito coinvolto da questa richiesta e, dopo averne parlato con Paola, mia moglie, ho deciso di contattare direttamente Giada. Per inciso (ma non poi tanto) devo dire che Paola ha acconsentito a che il proprio coniuge potesse intraprendere questa nuova attività e stare lontano per un periodo relativamente lungo (5 settimane). Biglietti, vaccinazioni, documenti e infine partenza per la Tanzania il 22 gennaio 2023.

Confesso che non sapevo esattamente quello che avrei fatto o dovuto fare nell’Ospedale di Mwambani; sapevo che sarebbe stata necessaria la presenza di un ginecologo/a tenuto conto dell’alta incidenza di patologia ostetrica. La mia specialità è la chirurgia generale, anche se avevo una qualche esperienza di ginecologia e ostetricia, grazie ad interventi d’urgenza e a ripetute consulenze effettuate nel vicino reparto di ginecologia presso il San Giovanni di Dio e il Policlinico.

Nelle settimane precedenti la partenza, mi sono rimesso quindi a studiare i testi di ostetricia e ginecologia e ho preparato diverse presentazioni con diapositive sul parto, sulle complicanze della gravidanza e su diversi argomenti di chirurgia generale; questi ultimi già oggetto di lezioni nel corso del mio precedente lavoro di medico universitario. Il principio che: “chi sa fa e chi non sa insegna” è risultato valido anche in questa occasione. Non ho detto che al momento della partenza per la Tanzania ero in pensione da oltre 3 anni e che avevo 73 anni (l’aspettativa di vita per gli uomini in Tanzania è di circa 63 anni). Questo dato e diversi altri elementi, contribuivano a creare in me un sottofondo di insicurezza in merito alla validità della mia prossima esperienza: ero consapevole che la mia resistenza fisica non era quella di una volta; avevo ed ho una ipoacusia; non esercitavo l’inglese come un tempo; non conoscevo lo Swahili (la lingua parlata in Tanzania) e ormai da oltre 3 anni avevo interrotto l’attività in sala operatoria. Insomma, in coscienza dovevo dire a me stesso che la mia disponibilità non era quella di un medico al meglio delle sue prestazioni: questo era comunque quello che potevo offrire ed ero certo che Qualcun Altro avrebbe compensato i miei limiti.

22 gennaio 2023, partenza da Cagliari per Roma; da Roma scalo ad Addis Abeba, da lì a Dar Es Salaam e ulteriore volo fino a Mbeya dove sono stato accolto da Giada ed ospitato presso Il Centro Giuseppe Allamano. Ho trascorso alcuni giorni di ambientamento a Mbeya dove ho anche avuto occasione di conoscere il vescovo SE Gervas Nyasonga, e in particolare ho trascorso diverse ore con i bambini ospitati

nel Centro, giocando con loro e cantando alcune canzoni italiane tradotte opportunamente in Swahili da Giada. Insieme a lei siamo quindi partiti per Mwambani che dista circa 2 ore e mezzo di strada.

Sono rimasto a Mwambani per 3 settimane. La prima settimana Giada mi ha fatto compagnia e mi ha aiutato ad ambientarmi in un mondo decisamente nuovo per me: la sua conoscenza della lingua, delle persone dell’ospedale, lo scambio di opinioni e la caffettiera Moka che aveva portato con sé (e che mi avrebbe lasciato nelle settimane successive) sono state di grande aiuto. A questo si aggiunge il prestito del suo router che mi ha consentito di restare in contatto con Paola con sms o videochiamate quasi ogni giorno.

Nell’ospedale di Mwambani ho lavorato in sala operatoria, in corsia, in ambulatorio e ho tenuto diversi incontri didattici per medici e studenti con le presentazioni che avevo preparato a suo tempo. L’attività clinica non è stata facile. Ho operato in prima persona un paziente affetto da peritonite acuta in un contesto risultato molto impegnativo, abituato com’ero alla disponibilità di strumenti e materiale che in quella sede mancavano e soprattutto ad un metodo di lavoro non ripetibile. Ho continuato l’attività in sala come aiuto, ma ho preferito rinunciare ad interventi come primo operatore. Ero disponibile anche ad insegnare loro alcune tecniche chirurgiche ma mi sono reso conto di una certa difficoltà di interazione, forse per una atavica diffidenza da parte loro nei confronti del mondo occidentale che io in qualche modo rappresentavo.

Per quanto riguarda l’attività in ambulatorio è importante premettere che ogni giorno arrivavano nell’ ospedale una media di 60-80 persone, affette da molteplici patologie che avrebbero richiesto tanti diversi specialisti. Le visite mediche erano effettuate spesso da giovani medici che dopo aver tradotto dallo swahili in inglese i sintomi riferiti, si rivolgevano a me con aria semi-inquisitiva come a dire: ebbene che diagnosi hai fatto? La situazione era resa ancora più complessa dal fatto che gli esami di laboratorio, radiologici ed ecografici che l’ospedale forniva, erano limitati e di scarsa qualità. Inoltre, dato importante, in Tanzania l’assistenza sanitaria non è gratuita: al costo della visita medica (circa 5 euro) spesso si aggiungeva quello degli esami di laboratorio e strumentali, quello dei farmaci, quello di ulteriori accertamenti diagnostici. I relativi importi vanno ovviamente rapportati al loro costo della vita: il valore dei 5 euro era per loro molto elevato in rapporto al tenore di vita.

Ho fatto del mio meglio in questa situazione obiettivamente difficile, accolto comunque con grande stima e simpatia dai medici dell’ospedale, dalle suore, da tutte le persone che ogni giorno incontravo e che mostravano la gioia di potermi salutare, parlare con me, farsi fotografare, soprattutto i tanti, tanti bambini…

Due belle esperienze nell’ultima settimana a Mbeya sono state l’incontro con don Carlo Rotondo sacerdote missionario in un’altra città della Tanzania e la visita all’ospedale della Consolata di Ikonda. Quest’ultimo è una struttura retta da sacerdoti italiani con un livello di assistenza clinica e attrezzature di buon livello e punto di riferimento per tanti pazienti e per molti medici locali interessati a migliorare le loro competenze.

Cosa mi porto dietro? L’accoglienza e la semplicità di un mondo che da noi non è facile trovare. La gioia di stare insieme, soprattutto nella Messa domenicale vissuta, cantata e “ballata” da tutta la comunità (compreso il sottoscritto). Se è spontaneo cercare di fare un bilancio, credo di aver dato qualcosa ma di aver ricevuto di più.

E’ finita del tutto questa esperienza? No, sono tuttora in contatto con Giada: con lei stiamo cercando di mantenere attive le relazioni con i medici dell’ospedale di Mwambani in accordo con un programma definito “amicizia tra dottori”, mediante incontri didattici online su diversi argomenti di medicina. Alcuni incontri sono già stati effettuati, altri sono in programma per i prossimi mesi insieme ad altri medici disponibili. Da cosa nasce cosa.

Beppi Pisano

Testimonianza di Fulvia Tuddia

  15 agosto- 5 settembre 2023 in Tanzania.

Alzo la testa al cielo e ringrazio, poi con un sottofondo musicale di ritmi e cori africani lascio che il linguaggio del mio cuore, della mia testa, del mio corpo si esprima in modo spontaneo e fluido, come il corso naturale dell’acqua…little Ruaha.

Siamo partiti in 8 dalla Sardegna, spinti dall’amicizia per un sacerdote a noi fratello, ora missionario in Tanzania e, portandoci dietro un carapace carico di una propria identità ben strutturata, ci siamo lanciati nella grande avventura che ci ha condotto a rincontrare don Carlo, a conoscere la missionaria Giada e a vivere l’Africa.

I lunghi viaggi aerei mi hanno fatto ancor più sentire la distanza e il distacco da una terra e cultura che è parte della mia zona confort, per atterrare in una terra straniera, la Tanzania, dove predominano i colori della sua bandiera: il blu del cielo e del mare, il verde della vegetazione, il nero della pelle, il giallo delle coltivazioni.

Da subito ho incontrato occhi accesi e sorrisi che mi hanno accolto tra parole incomprensibili in swahili e saluti calorosi.

Nei primi tre giorni sono stata catturata dalla vastità e potenza della natura del parco Mikumi dove il cielo è ovunque e la terra si distende gialla sino all’orizzonte, ogni tanto si erge un baobab o un’acacia o un’euphorbia o un albero coi sette nidi dell’uccello tessitore, mentre giraffe, zebre, impala, leonesse, facoceri, gnù, elefanti, ippopotami, coccodrilli, antilopi, bufali, solitamente si muovono in branco, liberi, nell’armonia del tutto.

Attorno ad un falò e sotto un cielo nero tappezzato di stelle abbiamo cantato e ascoltato canzoni della Tanzania che ripetevano ringraziamenti al Signore.

In fila per ore dietro decine di camion, affiancati da boschi di baobab, siamo entrati nella savana lungo una strada sterrata dove tutto attorno è color polvere, ci siamo addentrati nella estrema periferia del mondo, dove pare non sia possibile la vita eppure ogni tanto compare una casa di fango e qualcuno che cammina.

Giunti a Pawaga di Iringa ci ha accolto l’oro della Tanzania, i bambini, e con la loro curiosità e giocosità abbiamo atteso il nostro Amico Carlo e, quando è sopraggiunto, ci siamo fatti travolgere dalla reciproca affettività, anche lui è oro.

Otto giorni in una missione dentro il villaggio di Pawaga dove la povertà è evidente e la ricchezza pure, dove dietro a vestiti malconci ci sono cuori pulsanti, vivi e la fede si manifesta nei canti, nelle danze, negli abbracci, nei sorrisi.

La famiglia è la comunità, la messa è per la comunità, le parole spese sono in nome della comunità. L’alba incanta quanto il tramonto e quanto il cielo notturno trapunto di stelle.

Entriamo nelle case dove non c’è niente ma c’è tutto, c’è un caldo saluto, un immancabile sorriso, un importante dono per noi da raccogliere, da ascoltare, da guardare. Entriamo nelle scuole dove spesso mancano i tavoli e anche le sedie ma pullulano di bambini, centinaia in ogni classe. Partecipiamo alle messe dove il canto e le danze riempiono l’aria, dove la preghiera è una voce comunitaria ed il silenzio dell’ascolto appartiene a tutti.

Da Pawaga a Isele a Ndolela a Ikorongo, dove la missione ha realizzato delle opere e dove è possibile dare vita a nuove iniziative e valutare progetti, sempre nell’ascolto comunitario.

Non mi sento sola, anche se la notte è lunga e travagliata, sento che in quel pezzo di periferia del mondo è casa, sento di avere anche la pelle nera e di far parte della comunità perché i bambini mi accompagnano.

Il nuovo incontro con la missionaria Giada è iniziato col reciproco ascolto, importante per conoscerci e, col sorriso e col grande desiderio di conoscere un’altra parte di Tanzania, ho mantenuto forte l’entusiasmo di vivere ogni istante coi cinque sensi accesi.

La attenzione e cura di Giada mi ha accompagnato in una settimana ricca di incontri e di racconti, in giro per la città nella parte più autoctona e nei villaggi dove sono stati realizzati dei progetti sostenuti dalla missione o dove si prospettano nuovi progetti: da Mbeya a Mkwajuni a Mahango.

Anche lì a Mbeya la parte più preziosa sono stati i bambini e i ragazzi, quelli che vivono di fronte alla struttura dove dormivamo, quelli che mi restano scolpiti nel cuore i loro nomi, le loro risate, il loro ed il mio bisogno di amore che si sono incontrati. Allo zoo insieme è stato esilarante e così mangiare sullo stesso tavolo, abbracciandoci di tanto in tanto. Ancora oggi ed ogni giorno, scorrono davanti a me le immagini dei loro volti, così felice e grata per averli conosciuti.

Si sono proprio loro, i bambini e i ragazzi che riempiono la vita con la loro spontaneità, con la immediatezza nel raggiungere il cuore, nell’esprimere autenticità, nel danzare e cantare la vita, sono loro l’essenza della vita o forse l’essenziale, quello che basta per vivere col gran senso del vivere: fidarsi gli uni con gli altri, volersi bene. E sento forte che in loro abita il Signore.

Fulvia Tiddia

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